Ogni esperienza lavorativa ti lascia un segno, per l'esperienza che ti fa vivere e per la lezione che ti insegna. Come questa sfilata è stata per me un cambio radicale per guardare la vita dalla giusta prospettiva.
Il mio è un lavoro fantastico, ma se vogliamo, futile e leggero. Certamente fondamentale in un’epoca in cui è tutto basato sull’estetica, l’immagine e l’apparenza. Nella sua leggerezza e futilità però, porta sicurezza e benessere a tutte le donne, soprattutto a quelle che hanno un’insicurezza, dovuta appunto, ad un’immagine un pò fuori dai canoni o con qualche caratteristica della fisionomia, molto particolare o accentuata.
Il momento “sublime” in cui, finito di lavorare, le permetto di guardarsi allo specchio e la prima reazione è quella di spalancare la bocca e sgranare gli occhi, come a non riconoscersi quasi, per la bellezza che vedono riflessa, mi ricompensa di qualsiasi sacrificio io abbia fatto per arrivare a fare questa professione.
Quando non ci si piace, si guardano solo i difetti e non si riesce a vedere e a portare in evidenza le cose buone del nostro viso, quasi come se non ce ne fossero. Invece, il mio approccio alla donna che mi trovo davanti, è proprio quello di fare uno studio e una valutazione delle cose belle da portare in evidenza e le cose meno belle che è preferibile mettere in secondo piano.
Cosi facendo creo la giusta compensazione ed equilibrio tra le parti, tanto che la persona sembra diversa, migliorata e più bella, ma non stravolta.
Io però non ho operato alchimie particolari, se non quelle sapienti della tecnica, di questo favoloso mondo che è il make up.
Anni fa, tra le tante donne professioniste che mi è capitato di conoscere, ce n’era una che qualche anno prima era stata sottoposta all’operazione al seno, per un tumore. Andava tutto bene, ma ancora non erano passati i famosi 5 anni di protocollo post operatorio per essere dichiarata ” fuori pericolo “. Lei, aveva mantenuto i contatti con la dottoressa e tutto il reparto di oncologia in cui era stata operata e trattata.
La dottoressa, responsabile del reparto di oncologia, di un ospedale di provincia, di un piccolo comune, aveva ben pensato di creare un evento per esorcizzare tutto quello che accadeva nella sala del trattamento oncologico, facendola vivere in maniera diversa alle donne che vi erano dovute passare.
L’idea è stata pensata e organizzata in questo modo: far vivere alle donne, sottoposte a trattamento oncologico, un’esperienza da modelle, con la partecipazione di professionisti del settore. La preparazione avveniva nella sala dove di solito facevano il trattamento, con tutte le problematiche annesse e connesse. Per un giorno, almeno per un giorno, avrebbero potuto cancellare tutti quei brutti ricordi, sovrapponendo questa esperienza di giocosità e piacere, a quella di dolore , cosi come era stata vissuta fino ad allora, quella sala.
Tramite questa mia conoscenza, che non finirò mai di ringraziare, che mi coinvolse e mise in contatto con la dottoressa, ebbi la possibilità di apportare il mio contributo al progetto. Fu cosi che potei percepire il mio lavoro come qualcosa di veramente valido ed importante, non soltanto futile e di apparenza.

I contatti si presero via telefono, ci demmo appuntamento per il giorno e orario concordato, al reparto di oncologia dell’ospedale.
Come mia abitudine, soprattutto se non conosco il posto dove devo lavorare, mi presentai in anticipo sull’orario. In fondo, dovendo percorrere in auto un pò di chilometri, non conoscendo la zona, se ci fosse o meno la possibilità di parcheggio e tenendo conto di ogni eventuale imprevisto potessero capitarmi, partii in anticipo. Tutto era calcolato per fare in modo da potermi organizzare nella sala, prima che arrivassero le ” modelle per un giorno “.
Avevo previsto il tempo, per ogni eventuale contrattempo potesse capitarmi, ma non avevo calcolato che il ritardo potessero averlo gli altri! Fu cosi, che arrivando con largo anticipo su tutti, anche della dottoressa/organizzatrice, mi ritrovai da sola in reparto. Le infermiere, con molta disponibilità, si offrirono di aprirmi la sala, per darmi modo di cominciare a sistemarmi.
Siete mai entrati in una sala per il trattamento oncologico? Per la vostra vita e salute, vi auguro di NO! Ma per una lezione di vita, mi auguro vivamente di SI!
Quando mi aprirono la porta, mi ritrovai in una sala rettangolare e la porta era posta sul lato lungo, quasi all’angolo sinistro. Un passo dentro e ritrovai alla mia sinistra, il banco per le infermiere. Una sorta di front office un pò ovale, a coprire tutto l’angolo, per il disbrigo delle pratiche burocratiche evidentemente. Sulla destra c’era un letto, con il lato lungo sotto la parete. Oltre la testata del letto, vi erano i bagni. Sulla parete lunga, frontale alla mia posizione, una serie di sedie, in simil pelle blu, con lo schienale comodo e il rialzo per le gambe.
Non saprei dire quante sedie fossero, 5-6-10 non ricordo, non le ho contate, ma erano comunque troppe, a prescindere dal numero.
La frazione di attimo, interminabile, che intercorse tra quando varcai la soglia e quando ” realizzai ” cosa ci facessero lì dentro tutte quelle sedie, mi sembrò un’eternità e la mia prima reazione, fu quella di scappare. NON ERO PRONTA! Cosa ci facevo io lì, con il miei prodotti da maquillage, le mie tecniche e i miei bei ombretti all’ultima moda? Io facevo un lavoro INUTILE per quelle persone, che avevano certamente bisogno di ben altro.
Effettivamente scappai, uscii fuori, nel corridoio, alla ricerca di…. non sò di cosa esattamente. Sicuro era, che volevo essere mille miglia lontano da lì! Mi sentivo inutile, superflua e inadatta. Poggiata al muro, nel corridoio, facevo le mie disamine mentali, tra il seguire un impulso e scappare (facendo una figuraccia con chi si era fidato di me), oppure mantenere fede all’etica professionale e l’integrità morale, per aver preso un impegno e portarlo a termine, qualunque fosse lo scotto da pagare.
Nel mentre (sto parlando di una manciata di secondi, eppure il cervello, le sensazioni, le emozioni, viaggiano alla velocità della luce), da una porta esce un’infermiera che mi dà la sua disponibilità per sistemarmi nella maniera migliore.
NON POTEVO ANDAR VIA!
Mi riebbi dal turbinio di sensazioni che avevo nello stomaco e nella testa e cosi, schiarendomi la voce, le chiesi un carrello, un tavolino, qualcosa su cui poter poggiare le mie cose, cosi da avere tutto a portata di mano. Lessi sul suo viso, il rammarico per non poter soddisfare le mie richieste, ma poi, con l’espressione di chi ha ” partorito ” l’idea del secolo, sparì dentro una stanza. Ritornò a me, poco dopo, con il sorriso di chi ha trovato la soluzione, ha risolto un problema e cosi tutta tronfia e soddisfatta mi porta ” il loro carrello per le medicine“.
Stavolta, il pugno nello stomaco mi tolse il respiro!
Nella vita, ci sono momenti, dove capita di dover fare faccia bella a cattiva sorte e quello era CERTAMENTE uno di quei momenti. Cosi, cercai di regalarle il mio miglior sorriso di riconoscenza e prendendo il carrello, mi avviai verso la sala per iniziare a preparare la mia postazione.
Adesso comprendevo appieno, l’obiettivo della dottoressa. Cosa cercava esattamente di fare, con questa iniziativa. Lei voleva, che le donne che si erano rese disponibili come modelle, vivessero quella stanza con PIACERE, BELLEZZA, GIOIA, ALLEGRIA. Esattamente lì, dove quelle stesse donne si erano sentite morire, per il dolore, la paura, la tristezza per il futuro incerto. Adesso vedevo anch’io quella sala diversa, così come le poltrone e il carrello. Tutto aveva un altro impiego, valore.
Arrivò la dottoressa, con il fotografo e il parrucchiere. Si allestì la sala pose per scattare foto, in una sala medica per le visite. Nella sala delle infermiere, le ” modelle ” avrebbero fatto il fitting per gli abiti. Insomma, un intero reparto si trasformò in un perfetto backstage.
Iniziarono ad arrivare le modelle, alla spicciolata e così tutto l’ingranaggio cominciò a girare in perfetto sincronismo. In questa esperienza, ho truccato donne ancora in trattamento, altre in attesa solo del ” fuori pericolo “, altre ancora che lo avevano finito da poco, ma TUTTE con una luce particolare negli occhi, una bellezza che veniva da dentro. Ero pronta a superare qualsiasi difficoltà mi si fosse presentata. Ero programmata per arrivare all’obiettivo. Ero CERTA che non sarebbe stato facile, ma in fondo cosa lo è nella vita!?
Ognuna di loro, si sedeva alla mia postazione con lo sguardo imbarazzato, come a dirmi ” fai sto miracolo ” o “ vedi tu che puoi fare “. Sono stata attenta a non urtare la loro suscettibilità, a smorzare le loro paure, ma soprattutto a ridare lustro ad una bellezza personale ( che è insita in ognuno di noi) e che il trattamento aveva reso un pò opaca. La mia ricompensa più grande, il loro sguardo pensieroso, alla fine del mio lavoro, prima che si guardassero allo specchio…. che poi si apriva in un grande sorriso, approvando cosi l’immagine che rimandava loro lo specchio.
Quei grazie sussurrati quasi, ma imponenti, pesanti e enormi, per come erano “sentiti”. Non ero a conoscenza di tutti i dettagli dell’organizzazione, così all’improvviso, tutte erano pronte e si diffuse un’allegra euforia.
ANDIAMO ANDIAMOOO!! Ma andiamo dove??
Lasciai tutto lì (saremmo risalite poi) ma risalite da dove? La mia perplessità era sempre più evidente. Questa frotta di modelle impazzite di gioia ed elettrizzate al massimo, mi trasporto quasi in braccio, verso l’ascensore. Scendemmo giù, passammo attraverso un cortiletto (sempre dell’ospedale) e una porticina, per arrivare in una saletta dietro le quinte di una sala conferenza/ teatro.
Sbircio per curiosità e vedo la sala gremita… e l’euforia era davvero tangibile.
Non era la prima volta per alcune di loro, che avevano istruito le novizie, solo io non sapevo cosa sarebbe accaduto. Evidentemente, la mia espressione, il mio viso lasciava trasparire tutta la perplessità e le domande che si affollavano nella mia mente (sapete le nuvolette dei fumetti?) ecco, forse ero cosi.
Una mi disse: guarda! e mi posizionò in un angolino tra il palcoscenico e il sipario. Da quella posizione privilegiata mi godei uno spettacolo favoloso ed incredibile.
La dottoressa/organizzatrice, fece la presentazione e diede il benvenuto alla platea (formata prevalentemente da amici e parenti delle modelle partecipanti). Sulla scia degli applausi per la dottoressa, partì la musica “da sfilata” e le modelle uscirono una ad una, sul palcoscenico, scendendo dalle scalette laterali, per andare in platea. All’incrocio dei corridoi in platea, si scambiavano il percorso e ognuna risaliva sul palcoscenico dal lato opposto a dov’era scesa. Un’ultima piroetta sul palco e sparivano dietro le quinte, come le più veterane delle mannequin.
Io a bocca aperta mi godevo uno spettacollo inedito, anche perchè la sfilata in platea era accompagnata da un tifo da stadio per ognuna di loro e questo era bellissimo. Il tutto si concluse con uno spettacolo di clown e di mega bolle di sapone, ringraziamenti per tutti e un buffet preparato dalle volontarie dell’0spedale, con la partecipazione di chiunque volesse preparare un dolce o altro.
A parte la mia conoscente, non ricordo i visi di quelle donne, lo confesso e sono sincera, ma sono rimaste in me le sensazioni che provai quel giorno e anche le emozioni.
Ho avuto una grande lezione di vita quel pomeriggio. Lezione che ho fatta mia, per apprezzare di più quello che ho, a cominciare dalla salute. Lezione che dovrebbero imparare un po’ tutti, cosi da essere meno legati agli oggetti e più attenti ai sentimenti e alle persone.
Ovunque vada e di qualsiasi tipo di lavoro si tratti, ho sempre da imparare… questa vita meravigliosa non smette di stupire, come la forza di queste donne.